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Trainspotting: la recensione

Una fuga illusoria e allucinata

Recensione di Francesco Russo, 22 ottobre 2026 · Voto: 4,5 su 5

Regia
Danny Boyle
Con
Ewan McGregor, Ewen Bremner, Jonny Lee Miller, Robert Carlyle
Anno
1996
Durata
93 minuti
Paese
Regno Unito

Sono passati 30 anni dall’uscita al cinema di Trainspotting, il film cult di Danny Boyle, tratto dall’omonimo romanzo di Irvine Welsh, che rappresenta uno spaccato sociale della vita ai margini nell’Edimburgo degli anni ’90.

Il regista britannico (conosciuto anche per la “saga dei 28”), nel corso della sua carriera, ha sempre mantenuto una certa personalità e indipendenza, ma è proprio con un film generazionale come Trainspotting (la sua opera seconda) che si è fatto notare a livello internazionale.

Ma perché Trainspotting è un grande cult? E cosa lo rende importante ancora oggi, a distanza di 30 anni?

Quando il disagio diventa spettacolo

Il film sostanzialmente mostra le conseguenze della dipendenza dall’eroina (e non solo) e come queste mettano in crisi i già fragili rapporti di un gruppo di ragazzi, uniti principalmente dal disagio esistenziale e dall’incapacità di trovare un proprio posto nel mondo, anche per un deciso rifiuto del conformismo.

In un contesto del genere, ci si potrebbe aspettare un dramma sociale alla Ken Loach, ma Danny Boyle fa qualcosa di molto diverso. La sua regia associa lo sperimentalismo formale con un surrealismo lisergico (che si esalta nell’iconica scena del “peggior bagno di Scozia”), accompagnata da un montaggio rapido, da una fotografia curata e dall’utilizzo di brani pop trascinanti: tutte componenti che ammaliano e divertono lo spettatore, nonostante la drammaticità degli eventi e l’amoralità delle scelte dei protagonisti.

Il regista, quindi, trasforma, in maniera forse controversa, un racconto sugli effetti della tossicodipendenza su un gruppo di ragazzi britannici negli anni ’90 in un’esperienza sensoriale spettacolare, vivace e piena proprio di quella vitalità che sembra progressivamente esaurirsi nei personaggi.

L’ambiguità dell’amicizia

In Trainspotting, il modo di vivere dei personaggi e le loro complicate relazioni sono il perno del racconto. Essi vivono come una famiglia, accomunati dall’incapacità di accettare le convenzioni sociali e di prendersi le proprie responsabilità.

Mark Renton, il protagonista interpretato da Ewan McGregor, è un ragazzo consapevole e intelligente, ma senza spirito d’iniziativa, immobilizzato dalle sue continue ricadute.

Sick Boy (Jonny Lee Miller) è, invece, ossessionato da Sean Connery (scozzese come lui) e da James Bond, modelli da imitare attraverso cui costruisce la sua immagine e la sua personalità seduttiva.

Francis Begbie (Robert Carlyle) è un uomo aggressivo, irascibile e dipendente dalla violenza, che intende affermare la propria superiorità (anche nei confronti degli amici) attraverso la paura.

Spud (Ewen Bremner) è il più ingenuo del gruppo, un ragazzo innocuo e vulnerabile, ma dalla goffaggine tale da mettersi sempre nei guai.

Tommy (Kevin McKidd) è, infine, il personaggio più tragico, perché inizialmente pulito e soddisfatto della propria vita, ma troppo fragile per evitare il suo destino.

Il legame che unisce tutti loro è ambiguo, perché essi si ritrovano a condividere la dipendenza e la miseria, e ad essere complici l’uno dell’altro, ma non sono davvero interessati al bene degli altri, non perché privi di affetto, ma proprio perché decisi ad autodistruggersi.

A questo punto, in un finale che ricorda l’intreccio dei futuri film di Guy Ritchie (in particolare Lock & Stock), l’unico modo per uscirne e ottenere una chance per sopravvivere è il tradimento.

Il paradosso della dipendenza

Uno degli aspetti più interessanti del film di Boyle è il modo con cui tratta il tema della dipendenza.

Il termine “trainspotting” si traduce letteralmente in “osservare i treni” e si riferisce ad un episodio raccontato nel romanzo di Welsh non presente nel film, ma è il suo significato metaforico a renderlo rilevante.

I personaggi del film non fanno altro che osservare il mondo a cui non desiderano appartenere e non sanno in che direzione andare (metaforicamente, non sanno che treno prendere) e l’unico modo che conoscono per alienarsi da esso è l’assunzione della droga o il soddisfacimento delle proprie ossessioni.

Questo, però, mette in evidenza il paradosso del concetto di dipendenza: i personaggi vogliono liberarsi dai doveri di un mondo dedito al capitalismo e focalizzato sulla produttività e sul consumo, ma cercano la libertà solo attraverso la dipendenza, che è, di fatto, un’altra forma di prigionia, forse più eccitante, ma fisicamente mortale, moralmente discutibile e socialmente limitante.

La contraddittoria critica al consumismo

Il famoso monologo iniziale di Renton (“Choose Life”) mette in risalto la sua critica al consumismo e al materialismo. La vera dipendenza, per lui, sarebbe quella dal consumo e dal possesso, che affligge l’uomo comune, conforme a quel sistema e obbligato a scegliere quel modo di vivere.

Tuttavia, la libertà di scegliere il proprio stile di vita si scontra con le opportunità che il mondo ti offre o che ti promette per renderla possibile: la povertà non permette di avere molte alternative che vadano oltre la semplice sopravvivenza, eliminando la fattibilità della scelta. Perciò, la vera contraddizione è il desiderio dei personaggi di rifiutare il consumismo e contemporaneamente cercare di accedere a una condizione materiale dalla quale si sentono esclusi.

Sul finale, quello stesso monologo viene ripreso e modificato da Renton, il quale comprende o finge di accettare che, pur di continuare a vivere, sia costretto ad aderire ad un sistema basato sul denaro e sull’egoismo.

Quindi, la sua corsa cambia direzione: prima scappava dal conformismo verso l’ignoto, ora scappa dalla tossicodipendenza verso un’altra forma di dipendenza.

Dunque, Trainspotting è un film che, proprio nelle sue continue contraddizioni e ambivalenze, trova il suo fulcro tematico e il suo equilibrio strutturale.

Nonostante l’ambientazione scozzese degli anni ’90 appaia indirizzata ad inquadrare un determinato contesto storico e sociale, le tematiche trattate risultano universali, oltre che ancora attuali e rilevanti.

A distanza di 30 anni, il film riesce ancora a sorprendere per il modo con cui costruisce un racconto drammatico, sorretto da una forte critica sociale, attraverso una forma appagante, un intrattenimento travolgente e una brillantezza di scrittura che ha l’accortezza di non cadere nel didascalismo né di rifugiarsi nel moralismo.

Argomenti: Danny Boyle, Ewan McGregor, Anni ’90

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