Primetime: la recensione
Quando il male diventa intrattenimento
Recensione di Giuseppe Casamassima, 28 ottobre 2026 · Voto: 3,5 su 5
- Regia
- Lance Oppenheim
- Con
- Robert Pattinson, Merritt Wever, Skyler Gisondo, Anna Faris
- Anno
- 2026
- Durata
- 110 minuti
- Paese
- Stati Uniti
Quando è che il male ha smesso di farci paura e ha cominciato ad intrattenerci? È da questa domanda che bisogna partire per comprendere Primetime, il film di Lance Oppenheim made in A24. Il film nasce da un articolo di Luke Dittrich, uscito su Esquire nel 2007, che ricostruisce un’operazione di To Catch a Predator.
Questo è forse un nome che in Italia non dice molto, ma che negli USA ha monopolizzato la televisione e reso iconico il suo conduttore, Chris Hansen. Si trattava di un ciclo di inchieste di Dateline NBC nelle quali i volontari del gruppo Perverted-Justice si fingevano adolescenti nelle chat e attiravano adulti malintenzionati in una casa-trappola dove, al posto del ragazzino, c’era Hansen ad accoglierli. Quest’ultimo, con fare assertivo e categorico, li intervistava davanti alle telecamere, accompagnandoli in quello che sembrava un rito di umiliazione pubblica più che una serie di domande. Poi, finita l’intervista, all’uscita li aspettava la polizia.
Il successo del format fu clamoroso, e la grande attenzione che attirò portò con sé anche qualche problema. Molti mettevano in discussione l’etica del programma, e più diventava famoso, più era complicato trovare predatori abbastanza ingenui da cadere nella trappola. Poi, nel novembre del 2006, accadde l’irreparabile. Il sostituto procuratore texano Louis “Bill” Conradt, scoperto a scambiare messaggi con quello che credeva essere un tredicenne, si tolse la vita mentre gli agenti entravano in casa sua, con la troupe del programma posizionata e pronta a filmare. La chiusura del programma arrivò nel 2008, ma gli americani avevano oramai imparato ad adorare Hansen e le sue indagini spietate.
Nel ritratto che Oppenheim fa di Hansen è facile leggere un eroe profondamente contraddittorio. Il conduttore è mosso da un fine superiore di giustizia, una missione, e questo lo rende quasi onnipotente. Hansen non brama violenza perché, come spiega ad un altro personaggio, è convinto che ciò che impartisce lui ai malintenzionati sia una pena molto più severa. La messa in ridicolo davanti ad un’intera nazione, la gogna mediatica atta a porre fine ad una vita, l’intimità di un pervertito che diventa giubilo collettivo.
Per tutto il tempo ci si muove su questo sottilissimo confine tra giustizia e spettacolarizzazione voyeuristica del male, senza che l’operazione trovi mai una giustificazione morale netta. Il sospetto è sempre che, dietro questa nobile causa, si nasconda una macchina da soldi ben travestita, con l’unico scopo di dare alla gente ciò che vuole: intrattenimento.
Primetime è una storia di insoddisfazione.
Hansen, interpretato da un fenomenale Robert Pattinson, insegue una missione che non lo appaga mai, punta ad obiettivi che si allontanano sempre di più, e vive una vita sentimentale in costante affanno, diviso tra una moglie disillusa e un’amante molesta. Dan, il giovane attore assunto come esca, vive quest’esperienza come il grande trampolino di lancio per la sua carriera, mettendosi in discussione ogni volta che si vede andare in onda per pochi secondi, che per lui non sono mai abbastanza. Andie, la produttrice, vive di stimoli continui ma resta schiacciata da un conduttore così accentratore da relegarla in secondo piano.
Tutti lottano per un traguardo e in questa corsa, tra autosabotaggi, arrivismo e spietatezza, nessuno guarda in faccia a nessuno.
Il clima da primi anni Duemila è reso alla perfezione, con una palette fedele a quegli anni e continui rimandi alla televisione dell’epoca, tra effetto neve, pixel e sfarfallii dello schermo. Oppenheim fa leva sull’utilizzo del mezzo televisivo anche come espediente di regia, con l’inquadratura che in più occasioni si scompone in sottoinquadrature ricavate da televisori, mirini delle telecamere e monitor di regia, così da comporre un quadro stratificato e complesso.
Senza fare spoiler, ci tengo a sottolineare come gli ultimi quindici minuti siano davvero tanta roba. Nel finale arriva a compimento la filosofia di Hansen, secondo cui lo scopo è da raggiungere ad ogni costo, lo scoop deve essere sempre più grande, l’evento deve essere sempre fruibile anche se tremendo, crudo o violento.
Primetime merita un applauso, se non altro perché conferma come A24 sia ad oggi una fucina di belle idee e un player unico nel suo genere. Si può avere da ridire sulla virata da “piccola casa di produzione indipendente” a vera big di Hollywood, ma è indubbio che A24 sia riuscita a trasformare il cinema d’autore, per sua natura di nicchia, in un marchio di massa senza snaturarlo, continuando a sfornare pellicole capaci di far dire “Wow, questo lo voglio vedere”. Certo, dietro la pellicola c’è anche un’operazione studiata per sfruttare il nome di Chris Hansen, che ora valuta azioni legali, ma questa è un’altra storia. Quanto a Robert Pattinson, prosegue una corsa di altissimo livello, un ruolo dopo l’altro, in un anno che sembra quello buono per la statuetta. Staremo a vedere, ma se serviva materiale per considerarlo uno dei grandi di Hollywood di tutti i tempi, quel materiale comincia a farsi consistente.
Argomenti: Robert Pattinson, A24, Lance Oppenheim