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Anatomia del J-horror

Dalle origini a Miike e Sion Sono, le pietre miliari di un fenomeno travolgente

Approfondimento di Francesco Russo, 31 ottobre 2026

Affermatosi a livello internazionale tra gli anni Novanta e Duemila, il J-horror rappresenta uno dei fenomeni più significativi del cinema horror contemporaneo.

In occasione di Halloween, una selezione di film chiave costituisce il punto di partenza di questo excursus, che si propone di ripercorrere le radici dell’horror giapponese, l’affermazione del J-horror e le sue successive evoluzioni narrative, autoriali e concettuali, evidenziando la versatilità di un fenomeno capace di superare le convenzioni del genere e ridefinire, attraverso sensibilità e linguaggi differenti, le forme della paura.

Quindi, perché il J-horror è un fenomeno così importante nella storia del cinema? Quali sono le pietre miliari del genere e cosa le rende ancora oggi meritevoli di visione?

Le radici dell’horror giapponese

Il Giappone ha una tradizione cinematografica orrorifica vastissima che risale finanche agli anni Venti, periodo di realizzazione di Una pagina di follia di Teinosuke Kinugasa, film che rappresenta un esempio di cinema sperimentale delle origini: ambientato in un manicomio, mostra, attraverso l’inquietudine delle immagini (restituita dalla regia, dal montaggio e dalla colonna sonora aggiunta nel 1971) e l’assenza di didascalie, fin dove può spingersi la follia umana.

Con un grande salto in avanti, nel 1954 esce il primo storico Godzilla diretto da Ishirō Honda, che, inaugurando il kaijū eiga (monster movie) con un mostro dal design iconico e dagli effetti speciali pionieristici, reinterpreta in veste orrorifica e simbolica la tragedia atomica giapponese nella seconda guerra mondiale.

Nel 1959 esce The Ghost of Yotsuya, film di Nobuo Nakagawa, che firma una delle più celebri declinazioni del racconto di un fantasma vendicativo (chiamato onryō) che perseguita colui che l’ha ingiustamente ucciso. Il filone troverà molto seguito in futuro, con opere come il memorabile Kuroneko (1968) di Kaneto Shindō.

Nel 1960, lo stesso Nakagawa dirige Jigoku, un’opera che sconvolge per la sua rappresentazione creativa e metafisica dell’Inferno, reimmaginato in chiave buddista e individuale.

Anni Sessanta: 3 registi, 3 capolavori

Gli anni Sessanta dell’horror giapponese sono segnati da opere rimaste nell’immaginario collettivo, dirette da registi di rilievo ed in gran parte considerate capolavori della settima arte.

Si parte da Hiroshi Teshigahara, che, prima di dirigere classici come La donna di sabbia e Il volto di un altro, nel 1962, già in collaborazione con lo scrittore Kōbō Abe, gira Otoshiana, un film che usa il fantastico e il surreale per mostrare l’alienazione sociale dell’individuo, trovatosi smarrito nel deserto di un mondo dominato dall’industria e dalla violenza.

Successivamente, non si può non citare l’importanza di Kwaidan di Masaki Kobayashi (regista dietro a capolavori come Harakiri e la trilogia La condizione umana), film strutturato in quattro episodi, che, con un’impressionante stilizzazione visiva, mette in scena racconti folkloristici che ridefiniscono l’immaginario giapponese sulle storie di fantasmi.

Il terzo e ultimo regista fondamentale di questo decennio è Kaneto Shindō. L’autore, famoso anche per L’isola nuda e citato precedentemente per Kuroneko, dirigendo Onibaba, sposta il focus dell’horror nipponico verso l’interpretazione autoriale della malvagità umana: l’uomo bellicoso, avido, lussurioso e invidioso è il vero diavolo. La maschera da demone rimane attaccata al volto, proprio perché diventa il volto stesso, rivelando la vera natura di chi la indossa.

Anni Settanta e Ottanta

Negli anni Settanta, è Toshio Matsumoto a riprendere i concetti di Shindō, grazie al suo Demons. Il film, tecnicamente sperimentale, come l’esordio nel lungometraggio del regista (Funeral Parade of Roses), si distingue per la continua fusione tra realtà e finzione e per la sua rappresentazione della paranoia e della vendetta, capaci di trasformare un essere umano qualunque in un demone sanguinario.

Nel 1977, l’horror giapponese si espande verso il sottogenere della casa infestata, grazie a House di Nobuhiko Ōbayashi. La pellicola fonde la sperimentazione visiva con un surrealismo quasi buñueliano e, attraverso l’uso eccentrico del colore, effetti artigianali e un’ironia al limite del camp, si rivela un’esperienza di visione unica, capace ancora di inquietare in maniera non convenzionale.

Gli anni Ottanta vengono sconvolti da Tetsuo: The Iron Man. Il film diretto da Shin’ya Tsukamoto (uno dei più importanti autori nipponici contemporanei) è il massimo esponente giapponese del body horror cyberpunk. Tsukamoto mette in scena, con un budget ridottissimo, un racconto supereroistico solo in superficie, in maniera ipercinetica, surreale e quasi respingente, e costruisce un immaginario tutto suo, dominato dalla presenza della tecnologia e dell’industria. Negli anni successivi, il suo cinema si affermerà parallelamente alla consacrazione internazionale del J-horror.

Hideo Nakata: la tecnologia e il trauma

Nel 1998 esce Ring, il film che spinge il cinema horror giapponese verso l’acclamazione e l’emulazione internazionale. L’horror di Nakata è rimasto impresso per la costruzione narrativa e metacinematografica di una maledizione che nasce e si diffonde dalla visione di un’inquietante videocassetta (e quindi a causa della tecnologia): un’idea che porta con sé anche una certa critica sociale. Il suo soggetto affascinante e il suo costante intrattenimento, generato inoltre dalla sottotrama investigativa, rendono Ring adatto ad ogni tipologia di pubblico.

Infatti, nel 2002 esce The Ring di Gore Verbinski, il remake americano che rende il film di Nakata ancora più famoso: un successo dovuto anche all’iconicità immediata della ragazza fantasma Sadako (che nel remake diventa Samara).

Nel frattempo, Nakata dirige un altro J-horror significativo: Dark Water. Uscito nel 2002, il film riprende la tradizione del fantasma vendicativo, reinterpretandolo in chiave psicologica e affettiva: il fantasma è una bambina abbandonata e morta annegata, manifestazione di un bisogno di protezione rimasto insoddisfatto.

In questo modo, un evento traumatico per una bambina sconvolge la vita di persone innocenti: al centro ci sono la motivazione psicologica, la malinconia e l’importanza della presenza genitoriale, non la ricerca di giustizia o vendetta.

Kiyoshi Kurosawa: il male e l’alienazione

Il J-horror degli anni Novanta converge verso un’autorialità più marcata e riflessiva grazie a Kiyoshi Kurosawa.

Nel 1997 egli dirige Cure, un film che, caratterizzato da una lentezza inesorabile, da lunghi silenzi e da un reiterato utilizzo di inquadrature fisse, lega in maniera sofisticata e unica il thriller da serial killer all’horror psicologico.

L’assenza di fantasmi o mostri in Cure ne amplifica il terrore: il male penetra nell’animo umano con estrema naturalezza (una sorta di possessione demoniaca trasparente), attraverso il vuoto esistenziale e la fragilità della coscienza, insinuandosi misteriosamente nel quotidiano.

Il 2001 è l’anno di Pulse (Kairo in originale), il quale si può considerare uno dei film più apocalittici del filone.

Infatti, la pellicola è avvolta da un’atmosfera tetra e spettrale: i fantasmi pervadono il mondo a causa dell’alienazione sociale derivata dalla tecnologia e dall’avvento di Internet.

La tristezza e l’orrore nascono dall’assunto che l’uomo sia destinato alla solitudine, proprio perché la rete non è in grado di connettere realmente le persone. Ed a questo punto, chi si può definire davvero vivo?

Takashi Shimizu: la maledizione e l’ignoto

Nell’ambito del J-horror solamente una saga ha avuto un successo e un seguito paragonabili (se non superiori) a Ring: Ju-On.

La serie creata da Takashi Shimizu fonde vari elementi dell’horror giapponese: la casa infestata, l’onryō e la maledizione epidemica.

Anche in questo caso, l’iconografia dei fantasmi di Kayako e Toshio è rimasta impressa nell’immaginario collettivo.

L’aspetto più interessante della saga, però, è la concezione dell’ambiente domestico: la casa da luogo di protezione, cura e affetto familiare diventa un luogo maledetto, in cui si verifica un’irrefrenabile ripetizione della violenza.

Nel 2004, Shimizu dirige Marebito, un film che combina il mockumentary con l’horror psicologico, a loro volta contaminati da elementi soprannaturali.

La pellicola, con protagonista Shin’ya Tsukamoto, pur avendo un evidente sottotesto voyeuristico, appare inafferrabile a causa di una narrazione ambigua e frammentaria, generando una sensazione di continuo straniamento.

La ricerca spasmodica di un senso alla paura (attraverso la registrazione delle immagini) e la propensione tipicamente umana alla curiosità comportano la discesa nell’inconscio di un uomo sopraffatto dal suo passato e dalle sue stesse ossessioni, che è costretto ad abbandonare il suo ruolo di osservatore per raggiungere il proprio obiettivo.

Le altre forme del J-horror

In questa sezione, ci si concentra su film che, pur rientrando nel J-horror, risultano più atipici e meno legati alle convenzioni del genere, dimostrandone l’impressionante multiformità.

Takashi Miike è uno dei registi giapponesi più prolifici, versatili ed eccentrici della nostra contemporaneità. Con Audition (ma anche con film come Ichi the Killer e Gozu) ridefinisce i confini del J-horror: la paura nasce dall’esplosione improvvisa della violenza, inizialmente trattenuta e repressa, e da deformazioni e torture corporee.

Audition, infatti, è nettamente diviso in due parti: una più delicatamente romantica e drammatica, l’altra prepotentemente orrorifica. Tant’è che la tortura finale è una delle scene più sadicamente indelebili dell’intero filone del J-horror.

Si può considerare una straordinaria eccezione la presenza di un’opera d’animazione in questo contesto, ma non si può escludere dal discorso Perfect Blue di Satoshi Kon.

L’opera prima del compianto regista è incredibilmente stratificata, grazie alla molteplicità di spunti visivi e concettuali: dalla fragilità della psiche alla critica del mondo dello spettacolo, dalla crisi identitaria al sottotesto metacinematografico, fino all’ossessione collettiva per gli idol e alla fusione onirica tra realtà e finzione.

Il modo con cui veicola queste tematiche assume indubbiamente le caratteristiche dell’horror psicologico, se non anche dello slasher con elementi surreali. Questo è dovuto al fatto che, anche se l’animazione la rende più sopportabile, la violenza non viene mai trattenuta o edulcorata.

Un altro film che costruisce attorno alla cultura degli idol un J-horror d’impatto sociale è Suicide Club di Sion Sono.

Similmente ad altri film del regista giapponese (come Cold Fish), Suicide Club è un’opera profondamente pessimista e provocatoria nei confronti della società e del suo futuro.

Un gruppo cospicuo di ragazze adolescenti si getta sotto un treno e nei giorni successivi i suicidi si propagano a macchia d’olio, in modo (forse) inspiegabile. Come in Pulse, questa scelta collettiva svela l’insostenibile complessità del mondo moderno, in cui l’evoluzione tecnologica e i mezzi di comunicazione di massa modificano irreparabilmente i rapporti sociali.

Ciò che rende il film davvero agghiacciante è la rappresentazione del comportamento degli adolescenti: il loro bisogno di appartenenza e l’inquietante normalizzazione della violenza collettiva mettono in discussione le fondamenta di una società, incapace di attribuire agli eventi un significato univoco, individuare un vero colpevole o ricondurli ad una singola causa.

La versatilità di un fenomeno cinematografico

Dunque, dalle radici folkloristiche e sperimentali del cinema giapponese all’affermazione internazionale degli anni Novanta e Duemila, il J-horror si è distinto per la capacità di rinnovare costantemente le forme della paura.

Il fenomeno ha dimostrato di non esaurirsi in un repertorio di convenzioni riconoscibili. Infatti, la sua originalità risiede proprio nell’incontro fra tradizione e modernità, inquietudini collettive e sensibilità autoriali, in un linguaggio capace di oltrepassare i confini del genere e influenzare l’immaginario horror internazionale.

Riscoprire queste opere oggi significa quindi non soltanto confrontarsi con differenti forme di paura, ma attraversare un’intera tradizione cinematografica, la cui ricchezza dimostra quanto l’orrore possa essere versatile, sperimentale e profondamente legato alle contraddizioni del proprio tempo.

Argomenti: J-horror, Horror, Cinema giapponese

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